Benvenuto il vino antimafia!

Oggi con questo articolo festeggio il numero 100 pubblicato su questo portale e allora ne approfitto per dichiarare a tutti la mia appartenenza ideale a una comunità che mi sta a cuore.

Sono bustocco, lombardo e fiero di essere italiano anche grazie al sacrificio di uomini come i nostri soldati all’estero in missione di pace e al coraggio di eroi come il carabiniere Salvo d’Acquisto fucilato dai tedeschi in cambio della vita di civili inermi durante la seconda guerra mondiale o come Quattrocchi, assassinato in Iraq dai terroristi per essersi tolto la benda dagli occhi davanti alla minaccia di una pistola (“vi faccio vedere io come sa morire un italiano”).

Ma ci sono dei momenti in cui onestamente devo confessare che me ne vergognerei. Succede quando si parla di mafia, un cancro che fino a quando non riusciremo a estirparlo mettendone le radici al sole per farle seccare una volta per tutte non può darci pace per averlo messo al mondo. Ecco, in quei momenti vorrei essere siciliano, vorrei stare a fianco dei miei amici siciliani. Loro lo sanno bene ed è per questo che ogni tanto mi mandano qualcosa per ricordarmi che la nostra amicizia durerà in eterno. Piccole cose, per esempio una bottiglia di vino.

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Il primo che ho bevuto, grazie ad Aldo Calcidese che oggi si è rifatto una vita a Cuba è stato così Il Rosso del Conte Giuseppe Tasca d’Almerita del 1971, un eccellente vino rosso che alle origini era fatto quasi in purezza da uve di nero d’Avola coltivate ad alberello, con una piccola aggiunta di uve perricone, entrambe varietà autoctone siciliana. Sebbene lo vinificasse per tentativi ed errori un’ottima grande cantina di straordinaria esperienza con i suoi ben 500 ettari, non erano affatto sicuri che quel vino proveniente dalla vigna San Lucio (di soli tre ettari e mezzo impiantata per la prima volta nel 1954, poi ancora nel 1959 e nel 1965) sarebbe mai stato abbastanza buono da chiamarlo con il suo nome in progetto, ovvero come Regaleali Riserva del Conte. In realtà quel vino si era rivelato a tutti come migliore del previsto, e così quel nome generico è rimasto solo fino al 1977, poi è cambiato e al giorno d’oggi si chiama in modo altisonante Tenuta Regaleali Rosso del Conte DOC Sicilia Contea di Sclafani e vi consiglio l’annata 2016 che è già in commercio, ma se anche ne trovate di un po’ più vecchie cercate di recuperarle perché vale la pena.

Del resto la Sicilia ha avuto uno sviluppo vinicolo incredibile negli ultimi decenni e oggi produce quasi 6 milioni di ettolitri di vino sui 50 circa dell’intera produzione italiana. E sono definitivamente passati i tempi in cui i suoi vini, prodotti più frequentemente secondo tradizione e non per soddisfare il gusto internazionale, al 95% non lasciavano l’isola in bottiglia. Oggi 2,3 milioni di ettolitri, cioè quasi il 40% è imbottigliato come DOP e proprio per questo eclatante miglioramento qualitativo all’estero gli esperti di vino la chiamano “California del Mediterraneo. I vini siciliani si adattano al clima, alla cucina e ai palati dei siciliani, perché si bevno tradizionalmente durante i pasti e, poiché la cucina non appartiene solo ai raffinati, il vino serve soprattutto a pulire efficacemente e piacevolmente la bocca, ad aiutare lo stomaco a digerire e a prepararlo adeguatamente alle successive pietanze.

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Questi numeri sono cose grandi, ma ci sono anche cose che sembrano piccole, sono fatte da mani umili, da gente con tanta capacità eppure ancora povera e con tanta passione da restituire alla vita anche chi pensa alla morte. Sono perciò cose grandi, anzi grandissime, come un faro luminoso per chi ha perso l’orientamento nella notte. Se qualcuno pensa che io esageri allora provi ad assaggiare un semplicissimo vino economico bianco che da almeno tre lustri trovo nelle cooperative di tante parti d’Italia, perfino in quella di Montalcino: Terre Siciliane Igt Centopassi della Cooperativa Sociale Placido Rizzotto, nata nel 2001 grazie al progetto LiberaTerra promosso dall’associazione Libera e dalla Prefettura di Palermo, dove Centopassi è l’anima vitivinicola delle cooperative Libera Terra che coltivano terre confiscate alla mafia in Sicilia.

La struttura produttiva è sorta su una vasta area confiscata al boss Giovanni Brusca e ceduta dal Comune di Monreale al Consorzio Sviluppo e Legalità in contrada “Dammusi” a San Cipirello, è stata ampliata nel 2011 con la posa della prima pietra per la realizzazione del centro di degustazione e dell’ampliamento della cantina “Centopassi” e garantitsce un giusto lavoro a oltre una quarantina di persone, tra stagionali e soci, di cui il 40% sono cosiddetti ”soggetti svantaggiati”, in particolare persone con disabilità.

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Se per un attimo la smettessimo di darci tante arie da degustatori di vino di altissima qualità intrinseca e considerassimo le sagge parole del prof. Giovanni Cargnello dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano (che quando parla di qualità si riferisce a una somma di diverse qualità, tra cui oltre a quella organolettica ci sono anche quella economica, quella sociale, quella salutistica e una serie di tante altre che non sono da sottovalutare e che ognuno può aggiungere alla lista a seconda della sua sensibilità e preferenza), sono certo che proprio questo vino sarebbe oggi considerato come il miglior vino della Sicilia.

Scommetto che anche i produttori siciliani che vanno per la maggiore e che considero tra i migliori del nostro bel Paese (ma che qui non nomino soltanto perché sarebbe un elenco lunghissimo) sicuramente saranno tutti d’accordo con me, anche se un’altra cantina della stessa associazione stia già producendo un Centopassi Catarratto di straordinarie doti organolettiche a un prezzo anche 10 volte maggiore di questo.

Cos’ha, quindi, questo vino di tanto particolare, visto che non è nel circuito dei superpremiati, dei superosannati, dei super…eccetera? È stato il primo vero vino antimafia, la prima sfida enologica alle lupare. Di lotta alla mafia si parla tanto, da almeno trecento anni e siamo fieri di nominare orgogliosamente i giudici Falcone e Borsellino e altri coraggiosi servitori dello stato.

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A me vengono in mente anche l’imprenditore Libero Grassi che è stato ucciso dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo, i giornalisti Mauro Rostagno, Giuseppe ”Beppe” Alfano, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giuseppe “Pippo” Fava, Mario Francese, Giuseppe “Peppino” Impastato e Giovanni Spampinato.

C’è il rischio, però, di riempirsi la bocca, i politicanti ne approfittano per costruirci sopra campagne elettorali da operetta, non come ai temi del compagno Girolamo Li Causi che venne ferito gravemente a un comizio sopra un semplice tavolo e si rifiutò di abbandonare la piazza in ambulanza finché non se ne sarebbero andati prima i mafiosi. Oggi il certificato antimafia ce l’hanno persino le aziende da essa controllate. Ma c’è chi parla poco, anzi nulla, e fa solo i fatti, che sono quelli che contano.

Questo vino non ha niente di cui vergognarsi, è un vino semplice, che ha tutti i pregi e tutti i difetti che il sole, la terra, il vitigno e le mani dell’enologo riescono a dargli. Non cercatevi poesia, profumi e gusti da capogiro, di fiori e di frutta che fanno tanto chic e per favore non appioppategli dei punteggi. È soltanto un vino onesto, sincero, sano, senza assurde pretese e molto piacevole da bere fresco a pasto o come aperitivo. Ma cosa c’è dietro?

Una lunga storia, cominciata dall’assassinio di Placido Rizzotto, un agricoltore corleonese che, nell’immediato dopoguerra e proprio in quel di Corleone scelse la via dell’impegno sindacale. Sensibilizzare i propri compaesani, parlare con loro di diritti e di doveri, di consapevolezza, d’ideali quali giustizia, libertà e onestà, in quella strangolata Corleone significava sfidare la mafia. Fu una scelta che gli costò molto cara. Placido Rizzotto venne assassinato nelle campagne del corleonese il 10 Marzo del 1948.

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Oggi, grazie al Progetto Libera Terra, parecchi giovani disoccupati sia del palermitano che di altre zone della Sicilia s’impegnano a riscattare le terre sottratte alla mafia trasformandole in aree in grado di produrre lavoro e ricchezza, raccogliendo così quella bandiera che fu impugnata da eroi come Placido Rizzotto nella sfida lanciata alla malavita organizzata.

E vi rivelo subito un’altra bella notizia. Con la denuncia dei redditi è possibile destinare il 5 per mille dell’imposta sul reddito al sostegno del mondo delle attività sociali senza fini di lucro, un meccanismo simile a quello dell’8 per mille, ma che non va a sostituirlo, infatti si può decidere di destinare entrambe le quote.

Scegliere Libera come Ente di promozione sociale beneficiario del 5 per mille significa darle una concreta possibilità affinché possa proseguire con sempre maggiore determinazione le battaglie quotidiane contro la mafia e la criminalità organizzata utilizzando in modo socialmente utile i beni confiscati a queste piovre.

Basta indicare nell’apposito riquadro il codice fiscale di Libera che è 97116440583 e scrivere poi sulla busta chiusa ”scelta per la destinazione del cinque per mille dell’Irpef”. Per maggiori informazioni si può scrivere all’indirizzo e-mail libera@libera.it.

Libera infatti è nata 11 anni fa con l’intento di coordinare e sollecitare l’impegno della società civile contro tutte le mafie e agisce per favorire la creazione di comunità alternative, sotto la presidenza di don Luigi Ciotti, attraverso l’applicazione della legge 109/96 per il ”riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai mafiosi” che ha già permesso il riciclo di migliaia di beni immobili, tra cui la villa di Totò Riina a Corleone, oggi diventata una scuola, i terreni di Bernardo Provenzano nei quali si produce l’olio, nonché le vigne e i terreni affidati alla Cooperativa Sociale Placido Rizzotto che ha scelto sin da subito il metodo della coltivazione biologica e produce tutto artigianalmente.

Questa cooperativa aderisce infatti anche al Consorzio Nazionale di Apicoltori e Agricoltori Biologici e produce non soltanto vino, ma anche pasta, ceci, lenticchie e altro. Ciò che è stato sottratto alla collettività col denaro del malaffare può essere restituito e diventare occasione di sviluppo. Anche in questa maniera è possibile sconfiggere la mafia. E bevendo questo vino, perciò, oltre che italiano, lombardo bustocco mi sento pure… orgogliosamente corleonese!

di Mario Crosta

Autore

  • Mario Crosta

    Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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