Oltrepò Pavese, ma dove vai se l’evento non ce l’hai?

Oltrepò Pavese, ma dove vai se la banana non ce l’hai?

 

Quando si parla ai cuori, come appunto fa Di Testa E Di Gola che inserisce il vino in un contesto ricco di territorio con tutte le sue bellezze e anche i suoi problemi e rende perciò più radioso un presente altrimenti triste, dando ai suoi lettori qualche strumento in più per vivere meglio (che sono le pietanze, i nomi dei vini, gli itinerari, le informazioni sulle manifestazioni, tutto ciò che stimola ma anche che aiuta concretamente a uscire dai confini del proprio naso e a vedere quant’è bello il mondo che ci circonda), c’è senz’altro un buon humus per poter parlare alle intelligenze. Siccome i problemi ci sono, là dove non passa la scopa la polvere non se ne va via da sola e questi indubbiamente emergono. Purché quei problemi vengano trattati con il dovuto peso e cioè senza esagerarli, fa bene anche parlarne, mette dei tarli in testa a chi ce l’ha piena di segatura, può accendere scintille che illuminano nel buio, quindi è giusto che accanto ai necessari elogi ci siano anche le amichevoli tiratine di orecchie, un ruolo che Giustino Catalano svolge benissimo. Finché si è sinceri come lui, queste rimangono amichevoli occasioni di migliorare. Si parla di apertura mentale, sinergia operativa, strategia dell’attenzione, cose che fanno bene. La vita sarebbe più triste se non partissimo dall’amore per le cose belle al fine di eliminare quelle brutte. Parlare quindi dei posti, delle persone, dei prodotti, dei profumi, dei sapori, della vita, delle feste, dei paesi, delle fiere, delle mostre, degli itinerari, delle bottiglie di vino migliori, fa parte del novanta per cento di un ottimo giornale al servizio del suo territorio. Ma poi si deve affrontare anche il dieci per cento, quello che dà un po’ fastidio, e in questo modo non si dipinge il diavolo più brutto di quanto sia, non si rischia di intristire, non ci si chiude fra i confini della polemica, anzi si fanno circolare le idee, e questo è il grande dovere di un giornale, anche quelle più dissacranti e fastidiose per l’establishment.

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L’Oltrepò Pavese è lombardo da poco, qui lo si chiama ancora Vecchio Piemonte, ci sono ancora molte somiglianze monferrine e tortonesi, anche il dialetto, la cultura, alcune usanze e il modo di fare i vini discendono dal basso Piemonte orientale, che è totalmente diverso dalle Langhe e dalle sue prealpi moreniche. Perciò questa terra vive delle contraddizioni ancora irrisolte, argomenti delicati che vanno trattati in modo fermo, come fra amici con opinioni diverse, non in trincea contro un nemico. La gente vorrebbe fare qualcosa ed è disorientata, non sa che pesci pigliare, ma vorrebbe fare qualcosa e questo è un bene. Si tratta di riportarla a guardare al di là dell’orticello del vicino che sembra sempre più verde, cioè a ritornare allo spirito caratteristico degli oltrepadani che nei loro vini si è sempre contraddistinto e che ne ha fatto un mito almeno nel periodo dell’indimenticabile duca Denari.

Il prestigio che si è perso dopo di lui non è dovuto ad un mercato che ha cambiato gusto, perché i gusti cambiano comunque, indipendentemente dalle mode, ma è derivato da una sottovalutazione della concorrenza, che non è soltanto quella corretta, anzi che agisce concretamente con tutti i mezzi per distruggere quanto di buono c’è nelle zone dove si lavora seriamente. Mi riferisco, per esempio, a vini oltrepadani imbottigliati fuori dalla zona d’origine e che non sanno di niente però si vendono. Ma come si fa ancora a consentire legalmente l’imbottigliamento fuori dalla zona d’origine senza il potere di controllo da parte degli enti consortili?

Oggi gli imbottigliatori seri sono sempre di meno e le società fantasma a puro scopo di lucro non dovrebbero fregiarsi di titoli usurpati fra le pieghe delle leggi e dei regolamenti che permettono ai furbi di fare fuori i deboli finché questi ci tengono a rimanere fessi. A casa mia si dice che i dritti (da ”diritti”, cioè sinceri, lineari, coerenti, rispettosi) alla fine fanno sempre fuori i furbi, ma quanti anni è che questo almeno per l’Oltrepò Pavese invece non avviene? Gli imbottigliamenti fuori da una rete di controlli severi sono da eliminare subito, in quattro e quattr’otto.

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Qui non si tratta delle damigiane che in genere prendono la strada del consumo famigliare o della cerchia di amici, ma è una marea di cisterne che sicuramente passano dall’Oltrepò e forse molte avranno anche il contenuto in regola, ma siamo sicuri che tutte carichino vino DOC e soltanto in Oltrepò? Il rischio dei tagli è forte o no, quando i controlli sono fittizi? Nel settentrione arrivano Neri d’Avola, Negroamaro, Salice Salentino e altri vini meridionali che si fregiano della DOC, ma vengono tutti imbottigliati in provincia di Cuneo o di Bergamo. Quali sono i consorzi siciliani e i pugliesi che sono andati a ispezionare, verificare, le fatture, i documenti di carico e trasporto e tutta la documentazione, ma soprattutto ad assaggiare i vini prima di concedere l’uso della denominazione? Mi ricordo ancora i Barolo di Narzole alla fine del secolo scorso, un paese che non ne aveva neanche una vigna, ma che era famoso per il mercato clandestino delle fatture e delle bolle di consegna, tanti anni fa, prima della tragedia del metanolo.

Il cliente che compra a centinaia, se non migliaia, chilometri di distanza non è in grado di affermare che costoro vendano bufale o che commercino illegalmente, perciò compra il vino secondo il prezzo che più gli conviene, fidandosi però che il nome in etichetta corrisponda al vero anche se pensa che quel vero al massimo rappresenta lo scalino più basso della qualità in quanto l’ha pagato poco. Invece no, trova un’altra cosa. Quei… chiamiamoli ancora vini per carità sono una cosa senz’altro diversa da quelli che circolano nelle zone di produzione e sono imbottigliata all’origine. È come se ci fossero un rosso base e un bianco base uguale per tutti, salvo creare poi le differenze con tagli di mosto e modifiche di acidità, un po’ di anidride, un cucchiaio di chissà cosa che ne fa uno Chardonnay, due cucchiai di qualcos’altro che fa un Sauvignon, tre cucchiai che ne fanno Pinot Grigio e via dicendo, per non parlare delle aggiunte di chips di legno, glicerina e altri additivi vari.

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L’Oltrepò Pavese è stata la prima delle zone famose di produzione del vino a subire questa triste realtà in modo indisturbato. Perciò oggi i suoi produttori onesti sono disorientati, cercano le soluzioni in vini nuovi con una nuova qualità assolutamente ai vertici quando la malattia è invece nella qualità di base, quella che favorisce appunto i prodotti scialbi e scipiti che non hanno fermato il peggioramento dell’immagine e del prestigio dei vini di questa terra d’elezione della vite e del vino buono.

Chi deve difendere il buon vino da quell’altro? I Carabinieri? No: loro hanno il compito della repressione delle frodi, non quello di impedire delle attività che si mantengono più o meno nell’ambito dei limiti legali, anche se la mia opinione personale è che siano proprio ai confini del consentito e comunque illegittime dal punto di vista del consumatore medio che è gabbato sul piano della qualità contrariamente alle intenzioni della legge DOC e a ciò che questa legge dovrebbe rappresentare per la clientela. Per lui, poverino, la fascetta col sigillo è sempre stata garanzia, non sa che invece nessuno gli garantisce ormai un bel più niente, si danno perfino punteggi gonfiati ai vini che partecipano alle fiere (e hanno li coraggio di chiamarli ”concorsi”) e si premiano quasi tutti indistintamente in cambio di qualche dollaro (per la pubblicità, ovvio…) e un po’ di bottiglie (per chi?).

Perciò all’estero l’Oltrepò Pavese buono non ha praticamente clienti perché chi ha comprato una volta quella denominazione stampata su etichette di vini scadenti o scaduti non ci casca una seconda volta. Anche in presenza di bottiglie di vini eccellenti imbottigliati all’origine, non si rischia di pagare una cifra più alta per un vino di denominazione la cui immagine sul mercato è ormai rovinata.

Si deve dare potere alle commissioni di assaggio e stabilire pene molto più severe delle sole multe o delle pene alternative per chi fa il furbo, tra un po’ invece li mettono in albergo anziché in galera… ma si devono anche integrare le leggi dei disciplinari con nuove regole per l’imbottigliamento e il suo controllo fuori dall’azienda di origine, diversamente da oggi, che non è cosa seria e permette appunto ai vini peggiori di stare a fianco dei migliori in barba alle vere differenze del contenuto.

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Questo è il vero grosso problema dell’Oltrepò Pavese, gli altri sono tutti conseguenza della faciloneria con cui si è sorvolato questo argomento. Una volta perso il prestigio per colpa delle associazioni di categoria che avrebbero dovuto difenderlo, è ovvio che poi ciascuno nel suo piccolo cerchi di sperimentare (sic!) come risalire la china, di andar dietro alle mode, di barricare anche la figlia e la moglie quando tutti adesso adorano la dea barrique. Si espiantano le vigne vecchie, eppure quali ottimi risultati si ottengono con vigne di 70 e anche 80 anni e si mettono a dimora i vitigni dal nome roboante che fa tanto francese o tedesco e chissà quali altri sorprendenti exploit dal Sudafrica e dalle viti transgeniche.

Quando gli addetti ai lavori usano le forbicine solo sui rametti secchi, ma senza il coraggio di potare anche quelli più grossi con il segaccio, il marcio che c’è alla radice non lo si toglie. Cosa può fare il cliente se non rifiutarsi di comprare e cercare un altro vino per il pasto quotidiano, per quello della domenica e per quello delle feste?

Il vino spumante e metodo classico dell’Oltrepò Pavese, finita l’epoca d’oro del duca Denari, prima è stato buttato fuori dalle feste, poi dalle domeniche e tra un po’ anche dal pasto quotidiano, in nome del Franciacorta, per fare un esempio. Queste sono le bruttezze, di cui dovrebbero parlare i produttori stessi, i diretti interessati, e c’è chi lo dovrebbe fare per istituzione, perché riceve uno stipendio, e parlo celle associazioni dei produttori e degli enti di tutela e di controllo. Il cliente va a comprare da un’altra parte, anche se gli dispiace, perché non trova più gli stessi sapori, gli stessi profumi e passano mesi e anni prima che ritrovi il ”suo” nuovo vino, ma intanto cerca altrove, dove ha più garanzie, per esempio in Paesi europei con maggior autodisciplina e rispetto per le denominazioni d’origine.

Finché i vari opinionisti continueranno a spendere tempo prezioso per dedicarsi alle discussioni sui vini dai 10 Euro in su e basta, ma non scenderanno sul terreno dei vini da un paio o poco più di euro imbottigliati con la fascetta, di quelli se ne venderanno poche migliaia di bottiglie e di questi si passerà dai milioni di bottiglie attuali a poche centinaia di migliaia perché calerà ancora il consumo del vino di questa zona nel resto d’Italia e del mondo.

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Patrizio Chiesa

Il mercato è spietato e ha sempre ragione, ha sempre avuto ragione, Patrizio Chiesa, quando scrive che urge ritornare a dare dignità al primo prodotto agricolo dell’Oltrepò Pavese, l’uva, e al vino, suo prodotto di trasformazione con un importante evento aperto al grande pubblico, cosa che si faceva una volta e non è più in programma. Basterebbe avere la volontà di riportare a Casteggio la rassegna Oltrevini che non si svolge più e che, anche con i suoi tanti difetti riscontrati in precedenza, rimane ancora in memoria. Era, infatti, l’unico vero evento dalla forte attrattiva che sapeva comunque valorizzare il prodotto vino e le filiere agroalimentari oltrepadane.

Urge perciò creare un importante evento aperto al grande pubblico perché quando si guarda ai programmi degli eventi attuali si vede lontano chilometri che sono più adatti alle serate di ballo delle sagre parrocchiali o alle feste de L’Unità paesane. Sarebbe interessante chiedere a chi partecipa come pubblico a questi palliativi se conosce la differenza fra un Metodo Classico e un Metodo Martinotti oppure se il vino Bonarda viene prodotto… con l’uva Bonarda.

Qualche esempio virtuoso c’è e basterebbe prendere spunto come ad esempio il ”Convivium” di Golferenzo o ”Calici & Sapori” di Santa Maria della Versa e, last but not least, ”50 sfumature di Pinot Nero” organizzato a Voghera dal Movimento Turismo del Vino di Lombardia, magari aggiungendo qualche idea in più…

Rolando Marcodini

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    Ha smesso di giocare in cortile fra i cestelli dei bottiglioni di Barbera dello zio imbottigliatore all'ingrosso per arruolarsi fra i cavalieri di re Nebbiolo e offrire i suoi servigi alle tre principesse del Monte Rosa: Croatina, Vespolina e Uva Rara. Folgorato dal principe Cabernet sulla via dei cipressi che a Bolgheri alti e stretti van da San Guido in duplice filar, ha tentato l'arrocco con re Sangiovese, ma è stato sopraffatto dalle birre Baltic Porter e si è arreso alla vodka. Perito Capotecnico Industriale in giro per il mondo, non si direbbe un "signor no", eppure lo è stato finché non l'hanno ficcato a forza in pensione da dove però si vendica scrivendo di vino in diverse lingue per dimenticare la bicicletta da corsa, forse l'unica vera passione della sua vita, ormai appesa al chiodo.

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